Cercar Dante nella letteratura

Per dare un contributo al progetto “Viva Dante” del Comune di Ravenna, gli Amici della Biblioteca Classense propongono alla cittadinanza il progetto CERCAR DANTE NELLA LETTERATURA”.

L’obiettivo è raccogliere segnalazioni di versi della Divina Commedia nella narrativa; il verso o i versi, nonché i riferimenti del testo dal quale hanno tratto le parole di Dante vanno inseriti nei commenti sottostanti.

Occorre inserire i seguenti dati:

  • nome e cognome del singolo lettore;
  • qualora si tratti di una scuola, indicazione della classe e dello Istituto Scolastico;
  • qualora si tratti di un’associazione o istituzione, indicazione del nome dell’associazione;
  • verso e/o versi della Divina Commedia da inserire nello spazio dei commenti;
  • titolo del romanzo o del racconto dal quale è stato tratta la citazione: pagina, autore, editore, data di edizione o ISBN.

“Cercar Dante” è rivolto a singoli lettori così come a Scuole, Università, Istituzioni, per esempio Biblioteche, Musei e Fondazioni Culturali, e ad altre Associazioni, in particolare agli Amici di altre Biblioteche. Si può partecipare individualmente o come organizzazione, per esempio una classe di una scuola, un corso universitario ecc.

Per cui BUONA RICERCA!
Aspettiamo i vostri contributi nei commenti!

7 commenti su “Cercar Dante nella letteratura

  1. “Era già l’ora che volge il disio” (Purgatorio Canto VIII primo verso). Nella trasmissione televisiva “Parla con me” del 30/11/2010 con la citazione di questo verso e riferendosi alla parola “disio” Antonio Tabucchi spiega la parola portoghese Saudade: un senso di nostalgia tanto legato al ricordo del passato che alla speranza verso il futuro.

  2. “…dal tuo voler, e sai quel che si tace”. (Inferno Canto XIX verso 39), questo verso si ritrova in Guido Gozzano: “sa quel che si tace” in Casa del Sopravissuto verso 36, da annotazione di Eduardo Sanguinetti Poesia Italiana del Novecento 1969

  3. Mi permetto una digressione musicale.
    “Eine Symphonie zu Dantes Divina Commedia” di Franz Liszt (1811-1886). Da tempo il compositore desiderava comporre una sinfonia basata sulle sue letture dantesche, ma la iniziò solo nel 1855, completandola un anno dopo. L’idea originale di Liszt era di comporre una sinfonia in tre movimenti: Inferno, Purgatorio e Paradiso, ma Richard Wagner lo dissuase dal comporre il Paradiso, in quanto sarebbe stato impossibile descrivere musicalmente il Paradiso in maniera adeguata, per cui termina con un Magnificat alla fine del Purgatorio.

  4. “”Così per entro loro schiera bruna/s’ammusa l’una con l’altra formica/forse a spiar lor via e lor fortuna”. versi 34-36 del Canto XXVI del Purgatorio. Questo verso è ripreso da Primo Levi nella poesia “Schiera Bruna” 1980. La segnalazione è tratta da “Formiche verso la morte” Fabio Levi e Domenico Scarpa “La Stampa” 23 gennaio 2021

    Riccardo Colombo

  5. “Te ne porti di costui l’etterno/per una lagrimetta che ‘l mi toglie/ma io farò de l’altro altro governo!.” Purgatorio Canto V versi 106-108. Pier Paolo Pasolini cita questo verso in calce alla sceneggiatura di Accattone; per Marco Antonio Bazzocchi (Dante nel cinema Mondadori 2007) questo riferimento alla Divina Commedia spiega la presunta “lagrimetta” che si intravede nell’ultima scena del film, oggetto di numerose critiche. Pasolini prediligeva il Canto V del Purgatorio, come risulta dal carteggio con Cesare Segre: peraltro, quest’ultimo sostenva che la conoscenza di Dante da parte di Pasolini fosse banale e scolastica. (Chiara Caputi Tesi di laurea magistrale in filologia dantesca 2017-2018 Università di Bologna: “Analisi di una riscrittura dantesca, la Mortaccia (frammenti) di Pier Paolo Pasolini”.

  6. CELEBRIAMO IL PI-DAY : DANTE E IL P GRECO
    Il 14 marzo (3/14) è la giornata in cui in tutto il mondo celebra il P greco, uno dei numeri più importanti della matematica. P greco è il rapporto costante tra la lunghezza di una circonferenza e la lunghezza del suo diametro; in formula P greco= C/d.
    Il valore esatto di questa famosa costante matematica (normalmente approssimata col numero 3,14) è stato oggetto di ricerca fino da tempi molto lontani: lo testimoniano una tavoletta babilonese di Susa (2000 a.C.), il papiro egiziano di Rhind (1700 a.C) e la Bibbia (V sec a.C) che indica, nel libro dei Re, un valore di P greco.
    La storia di P greco è lunga ed interessante, coinvolge vari matematici di tutto il mondo, da Archimede ad Eulero, da Al Kwarizmi a Brahmagupta. Sappiamo solo dalla fine del XIX secolo che P greco è davvero un numero particolare, non solo irrazionale, ma trascendente, che contiene infiniti decimali che variano senza schema fisso e che vanno quindi calcolati (se si vuole farlo..) uno per uno.
    Nel momento in cui scrivo, mi risulta siano state calcolate 31 mila miliardi di cifre decimali, ma certamente questo numero verrà presto superato.
    Consiglio agli interessati alla storia di P greco (e alla storia della matematica) un piccolo libro divulgativo: STORIA DI P greco (disponibile nella nostra Biblioteca Classense). L’autore è Pietro Greco, giornalista e autore di vari saggi sulla scienza, venuto improvvisamente a mancare la scorsa estate. L’autore sostiene di avere scritto il libro per “dare un senso” alle tante volte in cui, nella vita, si era sentito chiamare scherzosamente P Greco.
    Ma, per cercare il legame tra Dante e questa famosa costante, occorre tornare indietro alla Grecia classica, dove la ricerca di era legata al problema della cosiddetta “quadratura del cerchio”. Quadrare il cerchio significava saper costruire un quadrato della stessa area di un cerchio dato, ma utilizzando solo riga non graduata e compasso, gli unici strumenti consentiti dalla geometria “ufficiale”. Quadrare le figure piane era importante, perché consentiva di calcolarne l’area riconducendola al calcolo dell’area di un quadrato; riuscire a farlo con solo riga e compasso era considerato al pari di una corretta dimostrazione, a differenza di costruzioni ottenute con altri strumenti. I Greci erano bravissimi a quadrare figure piane: triangoli, rettangoli, tutti i poligoni e persino alcune figure a contorni curvilinei, ma… non riuscivano a quadrare il cerchio, perché il numero P greco a differenza di tanti numeri irrazionali, non è “costruibile” con riga e compasso. La non costruibilità di pigreco è stata dimostrata, insieme alla sua trascendenza, nel 1882.
    Dante conosce a fondo il problema della quadratura del cerchio, spesso ricordata anche nelle opere di Aristotele, e se ne serve per l’ultima similitudine della Divina Commedia:
    Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
    per misurar lo cerchio, e non ritrova,
    pensando, quel principio ond’elli indige,
    tal era io a quella vista nova:
    veder voleva come si convenne
    l’imago al cerchio e come vi s’indova; Par XXXIII, 133-138
    Con gli occhi fissi nella luce di Dio, Dante distingue tre cerchi (la Trinità), ed in uno di questi (il cerchio di Cristo) gli sembra di distinguere un’effige umana. Come il matematico cerca il modo di quadrare il cerchio senza riuscirvi, così il poeta cerca di capire come questa immagine umana (simbolicamente il quadrato) possa trovare posto nel cerchio (simbolicamente il divino); come per quadrare il cerchio non bastano riga e compasso, così per comprendere il mistero di Cristo non basta la ragione, e servirà la Fede.
    Buon PiDay a tutti!
    Elena Tenze

  7. Dante nella poesia di Umberto Saba
    Dobbiamo partire dai versi del poeta triestino. “O tu che contro me vecchio nel fiore/dei tuoi anni ti levi, occhi che all’ira/fiammeggiano più nostra come stelle,/bocca che ai baci dati e ricevuti/armonizzi parole, è forse il mio/incauto amarti un sacrilegio? Or questo/è fra me e Dio/ Alto cielo! Mio bel splendente amore! (Angelo da Mediterranee di Umberto Saba). Nella sua conferenza dell’11 marzo 2021 presso il Centro Studi Aldo Plazzeschi Gianfranca Lavezzi dell’Università di Pavia ha individuato numerosi riferimenti a Dante. “O tu che” compare ben dieci volte nell’Inferno. “Mio bel splendente amore!” , e “armonizzi parole, (…) incauto amarti un sacrilegio?” rimandano ai versi 139-145 del Canto XXXI del Purgatorio, che recitano: “O isplendor di viva luce eterna,/(…) là dove armonizzando il ciel t’adombra,/quando ne l’aere aperto ti solvesti?”. Mentre “fiammeggiano più nostre come stelle” richiama l’incipit del Canto V del Paradiso “S’io ti fiameggio nel caldo d’amore,/di là dal modo che ‘n terra si vede,/ sì che del viso tuo vinco il valore,/ non ti maravigliar…”. La conferenza può essere vista in Centro Studi Aldo Palazzeschi canale YouTube

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